di Eschilo
adattamento e regia Giovanni Ortoleva
traduzione Giorgio Ierano’
con Enrico Campanati (Coro), Pietro Giannini (Messaggero – Dario – Serse), Valentina Picello (Atossa)
e con Marco Santi
costumi Daniela De Blasio
assistente alla regia e disegno luci Marco Santi
musiche Pietro Guarracino
elettricista Davide Bellavia
macchinisti Fabrizio Camba e Luca Besutti
sarta Viviana Bartolini
produzione Fondazione Luzzati Teatro della Tosse
Non si dovrebbe mai dare un “noi” per scontato quando si tratta di guardare il dolore degli altri.
Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, 2003
Lo spettacolo vede in scena Enrico Campanati, volto storico della compagnia della Tosse, Pietro Giannini -Premio Ubu 2025 come miglior attore under 35-, Valentina Picello- premio UBU 2025 come migliore attrice e Premio della critica ANCT 2025 – e Marco Santi. Tre attori, tre generazioni del teatro italiano, unite dal loro rapporto con la città e con il Teatro della Tosse (dove Giannini ha studiato, Picello ha mosso i primi passi, Campanati ha lavorato per tutta la sua lunga carriera). Una nuova regia e un cast di altissimo livello per rivivere la tragedia più antica che ci sia stata tramandata, l’unica basata su un fatto storico: la battaglia di Salamina nel 480 a.C. in cui i Greci sconfissero e costrinsero alla ritirata il potente esercito persiano.
Nel 1998 nasceva I Persiani alla Fiumara, monumentale spettacolo diretto da Tonino Conte, un evento che trasformò il lutto della tragedia di Eschilo in un’esperienza civile e poetica, tra il ferro e il cemento di fabbriche ormai silenziose; uno spettacolo che sarebbe rimasto impresso nella memoria collettiva di Genova e non solo. A distanza di quasi trent’anni, in un nuovo scenario mondiale cupo e profondamente compromesso, il dialogo tra mito e paesaggio urbano si rinnova, riportando in scena la tragedia più antica del mondo non in una rievocazione nostalgica, ma come “nuovo inizio”, affidato alla visione di Ortoleva, regista, drammaturgo, artista associato al Teatro della Tosse per il triennio 2025- 2027.
Rappresentata per la prima volta nel 472 a.C., I Persiani di Eschilo infatti non è solo la tragedia più antica giunta fino a noi, ma un testo rivoluzionario , di una modernità straziante : la “guerra dei vinti” raccontata da un vincitore; un’opera la cui forza straordinaria sta nel ribaltamento di prospettiva dell’autore e nella capacità di trasformare la cronaca di un conflitto reale in una riflessione universale sulla fragilità umana e sul delirio di onnipotenza che spesso accompagna il potere.
Eschilo compie un’operazione intellettuale del tutto inedita: pur avendo secondo alcuni, combattuto personalmente tra le fila dei vincitori, rinuncia alla facile retorica della celebrazione della vittoria e sceglie di ambientare l’azione tra gli sconfitti, nel cuore del palazzo nemico, obbligando il pubblico a guardare dritto negli occhi il dolore degli altri e a provare empatia, trasformando la sofferenza dello straniero in una sofferenza universale che non conosce confini.
Una storia il cui cuore pulsante è la hubris, quella cieca tracotanza, così drammaticamente attuale, che spinge talvolta gli uomini di potere a confondere il proprio ego con il destino di un popolo o a sfidare le leggi di natura con fare predatorio, tentando piegare l’ordine del cosmo al proprio volere. Una tragedia eterna, dove vittoria e sconfitta sono solo facce della stessa umana medaglia che mostrano come certe decisioni sciagurate di un singolo individuo possano trascinare un’intera nazione verso l’abisso, lasciando dietro di sé solo una scia di vedove e un coro di lamenti; un severo monito sulla responsabilità politica che ci ricorda ancora come l’unica difesa contro l’autodistruzione sia la moderazione e il sacro riconoscimento del limite.
Quello che mi interessa è andare all’essenza della tragedia, muovendo questi attori in uno spazio che sposta in modo progressivo la reggia di Susa verso le tombe dei suoi concittadini facendo affacciare la realtà del campo di battaglia nella vita quotidiana. D’altro canto, la tragedia vede il suo snodo più incredibile proprio nella comparsa dell’ombra di Dario; un fantasma che sembra suggerire la prossimità tra gli spazi del potere e i cimiteri. È proprio attraverso questa figura che voglio far entrare lo spettatore nella tragedia: facendo interpretare allo stesso attore, Pietro Giannini, la figura del padre morto e del figlio Serse, mi interessa porre l’accento sul legame di sangue che rende il conflitto una questione identitaria. Così come la presenza di tre generazioni di attori, legati da un comune percorso all’interno della scena genovese, pone inevitabilmente l’accento sulla tradizione, e dunque sulla trasmissione. Mi commuove pensare di portare in scena insieme Enrico Campanati, che ho ammirato per tanti anni sui palchi al chiuso e all’aperto, e Pietro Giannini, che lo ha avuto come primo insegnante prima di diventare uno dei giovani attori più importanti del panorama nazionale – ed è emozionante per me entrare con questo spettacolo nelle celebrazioni per il cinquantenario della Tosse, teatro che dal 2019 è diventato casa e della cui storia sono grato di essere parte. Allo stesso modo mi tormenta pensare ai conflitti bellici come a un comportamento appreso in famiglia, come qualcosa che si trasferisce per linea genetica: come gli occhi azzurri, le fossette intorno alle guance o un certo modo di parlare. La guerra come un male ereditario, che tormenta l’Occidente. Un demone che il testo di Eschilo ci aiuta a guardare negli occhi. Con coraggio.
Giovanni Ortoleva
ANCONA_ANFITEATRO ROMANO domenica 28 giugno 2026 ore 21
Biglietto 22 euro – 20 euro ridotto in prevendita QUI
carnet 4 spettacoli 80 euro – 72 euro ridotto in prevendita QUI
Casa della musica 071 202588
dal lunedì al sabato 9 – 12.45 e 16 – 19.30
Biglietteria presso Anfiteatro Romano 331 8906972
il giorno di spettacolo dalle ore 19.30
INFO AMAT 071 2072439
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